Undicesima conversazione- Freebird

collaboration con Lucia Tosi

E’ venuto l’uccellino del freddo

a picchiettare avido ai vetri

appannati (più che appannati, sporchi)

in attesa di briciole che non ho

che non mangio pane né lo mangiavo

(per la glicemia e il colesterolo);

con fatica ho spazzato la finestra

con la mano dalla nebbia grondante.

Il raschio lo ha infastidito

(basta un niente da queste parti

che ti trovi in un’altra storia):

scricciolo scricciolo scricciolo resta!

E’ volato sulla siepe spinosa…

La finestra della cucina è sipario del giardino d’inverno. Ecco, arriva il primo attore. Ha un lungo sopracciglio chiaro, la coda corta e appuntita sollevata bene in alto, il re degli uccelli. Agile e scattante saltella sul cotognastro strisciante e sui rametti di agrifoglio scalandolo fino alla cima per raccogliere le bacche rosse e lucenti di dicembre. Non teme le foglie spinose. I suoi antenati in Irlanda venivano sacrificati e poi appesi a quei rami; ora i Wren boys visitano le case e mostrando la sua immagine sul rametto verde lucente  richiedono un’ offerta. Apro la finestra e sbatto la tovaglia al di fuori sull’erba gelata, questo è il mio compito quotidiano a fine pasto. Mi guarda incuriosito e scappa via.

                                                        è tornato che era un pettirosso:

avevo una noce l’ho spezzata

nel nome del padre, un pezzo a me uno

a lui. Ha mangiato il microcervello

guardandomi attento che neanche tuo padre

le sere d’inverno col freddo

gli occhi grandi per vedermi meglio.

Tic tic tic! Una serie di corte frasi gorgheggiate. Arriva il cantore spavaldo paffuto e senza collo, non indossa il frac ma è in bella mostra il suo panciotto arancio.Ha fame, anche per lui bacche rosse e qualche seme di calicanto; questo lo penso io, dato che ama accovacciarsi tra i suoi rami e da lì osserva l’ambiente vicino per saltellare poi di qua e di là. L’agrifoglio gli ricorda la corona di spine dell’uomo morto in croce. Si mormora in platea che questo uccello si sarebbe insanguinato il petto tentando di rimuovere la corona del crocifisso.La scena mi commuove, gli offro metà della mia noce di fine pasto riaprendo la finestra. Anche lui scappa via, ma solo per un po’, so già che tornerà alternandosi al compagno di scena.

Freebord , freebird cantavano i Lynyrd Skynyrd prima che l’aereo precipitasse:

“Se me ne andassi domani mi ricorderesti ancora? Infatti io devo proprio essere in viaggio, ora, perché ci sono troppo posti che devo vedere. Ma, se stessi qui con te, le cose non potrebbero semplicemente essere le stesse. Perché io sono libero come un uccello ora, E questo uccello tu non lo puoi cambiare. Dio lo sa, io non posso cambiare.”

Due uccellini nella mia casa, uno è rimasto, l’altro se n’è andato che aveva poco più di vent’anni. Torna a volte e si ferma a mangiare, oggi era qui, ha scostato le tendine appoggiando il naso sul vetro:

-Eccolo lì, non ha toccato la noce, è il pettirosso o lo scricciolo?. Tornano sempre.

Si sta bene qua.-

Qui non si sta male, rispetto alla scogliera:

il vento sibila di fuori, c’è un camino

con una minestra sospesa sempre pronta.

Ma non ho fame, giusto la noce.

Stalattiti e Stalagmiti

Collaboration con Cristina Bove

Immagini, suoni, odori, sapori, senzazioni e pensieri filtrano attaverso la roccia del poeta, una parola dopo l’altra, gocce d’acqua satura di calcite scivolando dalla volta della grotta danno forma alla poesia : una stalattite.

Pavimento di grotta, un uomo qualunque accoglie la ricchezza di parole in caduta dal cielo del poeta, le trasforma in immagini, suoni,odori, sensazioni, e pensieri che poco a poco diventano la stalagmite di una storia raccontata.

                                                                                                  Natale ’84.                                 Un altro Natale di tensione per la nostra giovane famiglia, quella volta era toccato a te Matteo, neonato di due mesi: broncopolmonite.

Difese immunitarie non ancora del tutto sviluppate, la mamma se ne faceva colpa per non averti potuto allattare; lì accanto al tuo lettino seguiva con lo sguardo il lento stillicidio dell’antibiotico che dall’ampolla attraversando il tubicino trasparente e l’ago entrava nella piccola vena azzurra sulla tua fronte.

Dal soffitto

di stalattiti incombenti

e precise

il fiato si condensa eppure qui fa caldo

nella camera ad est

basta però non sporgersi a guardare

i rigori d’un forestiero inverno

-Dorme?-

-Respira con fatica, ma riposa ora-.

-Vai a mangiare qualcosa. Ti aspettano a casa. Rimango io con lui finchè ritorni. Fa caldo qui, fuori si gela-.

-Mi sciacquo un po’ la faccia e mi rimetto in sesto, tra poco chiamo l’infermiera per sfilare l’ago. Piangerà, voglio tenerlo un poco tra le braccia, almeno finchè non si addormenta così mi assento più tranquilla-.

starsene avvinghiati a sé stessi

sorretti a malapena dalle scarpe

traballa perfino il lavandino

appoggio

antiscivolo

verso

Le braccia intrecciate sul davanti quasi non si volevano districare dalla stretta durata giorno e notte e giorno, la tensione accumulata alla paura e al digiuno la fecero barcollare e mentre si recava in bagno sembrava stesse per svenire; la stessa scena di quattro anni prima, c’era tuo fratello allora nel lettino.

-Non hai mangiato niente!-

-Non avevo fame, non ci riuscivo, ma ora ti prometto mangio tutto quello che mi danno così mi rimetto in forza per quando lo porteremo a casa-.

un attraversamento verticale

sublima il vomito e

quel ricadere goccia dall’alto

spartiacque dei polmoni

carica a manovella il cuore

fuori

appare tutto uguale- il viso-

ceramica pallida

se qualche verdefiore sullo sfondo

fosse d’azzurro

a inscriverlo in un tondo della Robbia

e l’immortale

Alla finestra una corona d’abete e pino incorniciava l’azzurro del cielo… oltre il vetro la figura della madre chinata sul bambino, in silenzio contemplativo, bianchi splendenti che il segreto degli smalti, dei colori e delle arti applicate alla tecnologia del fuoco non erano così belli e manco la tempesta o la bufera avrebbe potuto cancellare e mai cancelleranno.

A volte una stalattite e una stalagmite possono arrivare a congiungersi e formare una colonna.

La corsa e l’attesa

Collaboration con Cristina Bove

Il telepass ha fatto alzare la sbarra, sono in autostrada.

Sterzando al silenzio per evitare i pensieri che da giorni non mi lasciano dormire, pigio il tasto on del lettore CD dell’autoradio alzando il volume quanto basta.

Un dischetto audio in policarbonato incastrato lì da anni diffonde musica e parole che conosco quasi a memoria, Bruce Springsteen mi accompagnerà fino all’uscita del casello di Bergamo. The boss canta di uomini “on the road”, vagabondi perduti per le strade, come prima di lui il giovane Dylan e prima ancora Woody Guthrie.

Born to run” nato per correre, non è il mio caso, ho sempre odiato guidare ma devo fare in fretta, non voglio farti stare in pena in quel letto bianco d’ospedale. Terrò il mio piede destro incollato all’acceleratore fino al limite della velocità consentita, non ci sono segnali di stop qui, nessuno riuscirà a farmi rallentare.

Sembra così bizzarro questo tempo

d’attesa in una stanza

io che stavo al volante

mentre lui raccontava le sue storie

insieme ad ascoltare bella musica.

Lo immagino alla guida

dstratto tra le nuvole e il paesaggio

e prego Dio che lo conduca attento

che me lo lasci accanto.

Sono tutto solo, solo con me stesso, come ogni vagabondo, su questo serpente d’asfalto, non posso tornare indietro.

Seduto al volante stringo la fiducia fra i denti per cercare di imparare a camminare come gli eroi che pensavo sarei potuto diventare, dopo tutto questo tempo in cui ho scoperto di essere proprio come tutti gli altri.

Uno stormo di gabbiani reali incrociando la mia corsa, sorvola il ponte sul fiume seguendo la traccia grigioverde dell’acqua inquinata di veleni e scarichi urbani.

Un’altra triste realtà della moderna quotidianità, queste creature del mare hanno scoperto l’inesauribile risorsa alimentare rappresentata dall’immondizia prodotta dall’uomo. Pendolari del cielo, ogni giorno percorrono la stessa rotta dal lago alla discarica e ritorno.

Se avessi le loro ali…

Il motore dell’anima corre su questa strada per un bacio senza fine, fino alla stanza d’isolamento, dove tu prigioniera aspetti me, il tuo barbiere.

Mi sembra di sentire piangere l’intera città, incolpando la verità che ci ha buttati a terra.

Leucemia.

Raserò il tuo cranio prima della cura, sezionerò il tuo dolore.

Come un angelo sfinito abbandonerai la testa sulla mia spalla, mentre sono io che ho estremo bisogno di te.

Mi aggrappo alla tua vita, sono innamorato con tutta la magia che comporta.

Arriverà con il suo amore intenso

principe della nostra consuetudine

azzurro che colora la speranza

e la tragedia vincerà per due.

Non sarà certamente uno qualunque

l’eroe che la sua donna vedrà bella

anche quando sarà senza capelli.

Io mi abbandonerò sulla sua spalla

alla sua forza che sorregge entrambi.

L’autostrada prende fuoco, esplode di eroi a pezzi alla guida della loro ultima possibilità. Una trappola per topi invasori in un circuito pieno da scoppiare.

Ognuno è lì che corre fuori dal mio finestrino.

Evasi dalle loro tane di provincia, lanciati verso Milano, una trappola mortale, un invito al suicidio. Cerchioni cromati, motori a iniezione, diesel di muratori viaggiano a cavallo della linea di mezzeria.

Ogni muscolo del mio corpo è in tensione, questa corsa mi strappa i tendini.

Starà correndo sull’asfalto ardente

per essermi vicino a consolare

quando intorno al mio viso

non ricadranno più le chiome bionde.

Ma lui che sa ogni cosa

della mia vita, d’ogni spina e rosa,

conosce le parole necessarie

i gesti nati dalla tenerezza

e pure nel dolore mi sa amare.

Correrò ogni giorno fino a che non cadrò, non tornerò senza di te, camminerò con te sul filo del rasoio perché sono un viaggiatore solitario e impaurito ma devo sapere cosa si prova.

Il sorriso è una ferita di un pallido rosa sulle tue labbra, la chemioterapia sta uccidendo il tuo sangue malato.

Vorrei morire con te stamattina, ma devo trovare il modo di arrivare presto all’interno del reparto di ematologia e andrà tutto bene, andrà tutto bene.

Mi stai aspettando, lacrime versate sulla città.

L’attesa è un orologio che va piano

ma lui chissà quanto si sente solo

vorrei che fosse già passato tutto

che mano nella mano

percorressimo ancora tanta vita

che finisse al più presto questa prova

che ci tiene lontani

a volte disperati, a volte soli

ma guarirò, per abbracciarlo ancora.

Una fila ininterrotta di forze motrici con le ruote enormi occupa la prima corsia. Non riesco a trovare spazio per muovermi velocemente, farebbero tutti meglio a scansarsi, perché sto correndo sulla corsia di emergenza.

Con la fede nella mia piccola utilitaria sto gridando il tuo nome nel freddo solitario mattino di marzo, sento il motore che romba.

Beh, io non sono proprio un eroe, tutto quello che posso fare è tirare il collo a questi sporchi cavalli, con la speranza di arrivare in qualche modo senza fare danni.

Mi manca l’aria, abbasso il finestrino.

Sta correndo, lo so, starà sperando

che nessuno gli ostacoli il sorpasso.

Forse vorrebbe avere tra le mani

la cloche d’una Ferrari

o meglio ancora due potenti ali.

Ma giungerà per tempo

con lacrime nascoste nel sorriso.

Gli dirò ch’è l’eroe della mia storia

il dono più prezioso della vita.

Ti guardo nel portafoto di metallo. Sei così bella che mi perdo tra le ultime luci della notte.

Fuori la strada è in fiamme in un vero valzer di morte.

Freccia a destra, la sbarra mi apre le porte della città. Respiro veleno, rialzo il vetro. Fermo la musica, non sono nato per correre.

I giorni difficili

Collaboration con Melania Ceccarelli

“I giorni difficili passano come tutti gli altri”.





Livia esce dal lavoro con quindici minuti di anticipo sul previsto senza dire il perché. In macchina mette il solito  Vinicio Capossela. Guida con calma, aprendo completamente i finestrini dell’auto perché, ovviamente, l’aria condizionata si è rotta proprio ora che è estate e che non ha i soldi per ripararla. Controlla se ha la cartelletta verde sul sedile del passeggero. Bene, non l’ha dimenticata.

Paolo apre la custodia e mette il cd nel lettore dell’impianto Hi-Fi.

Capossela mi è sempre stato sulle palle. Non riesco a capire come faccia Livia ad amarlo così tanto. Lei sicuramente avrà il volume al massimo in macchina mentre sta andando a fare quest’ultimo esame. Mi sono preso il pomeriggio di permesso ma non ha voluto che l’accompagnassi,  non era il caso dice, perdere mezza giornata di lavoro. Volevo starle  vicino come sempre, soprattutto ora che la vedo così in forma.

 

Sono quasi le quattro e l’appuntamento in Ospedale è per le cinque. Ferma al semaforo, i finestrini aperti senza l’effetto vento della velocità fanno solo entrare aria calda. Il tipo alla guida dell’auto accanto a lei gira un istante la testa, per darle un’ occhiata di sfuggita. 

In quel periodo della sua vita Livia è un po’ troppo grassa. Ingrassare era una tra-gedia, ino a trent’anni.Tutti a dirle che non era importante, ma il suo stomaco si ri-bellava a quell’ affronto estetico, come se fosse più importante di quello biologico. 

Ora che i trenta sono passati, il peso è diventato un dettaglio trascurabile. 

 

Paolo si siede sul dondolo in vimini, all’ombra sul balcone, una caraffa di acqua e menta colma fino all’orlo di cubetti di ghiaccio,  preme il telecomando dello stereo. Con la musica  inizia anche  il movimento oscillatorio della sedia.

Livia evita lo specchio ultimamente, dice che le medicine l’hanno fatta ingrassare. Non so. Io la trovo desiderabile  con quel vestitino bianco così leggero, io…Speriamo torni alla svelta  e su di morale così magari incrociamo le gambe stasera. Anche se da questa malattia non guarirà, i medici continuano a rassicurarci e incoraggiarci a vivere una vita normale.

 

 

I primi anni di matrimonio Livia non si fidava di Paolo, del suo amore. Nei periodi in cui era più grassa poi, era certa che fingesse. Non può essere, pensava, che continui ad amarmi, che voglia ancora stare con me. Un ritardo di dieci minuti era perché un’altra lo aveva trattenuto. 

 

Paolo ha amato quella ragazzetta dalla prima volta. Non riusciva a starle lontano nonostante lei facesse di tutto per essere sgarbata. A alla fine glielo aveva detto della malattia cronica che l’avrebbe perseguitata per il resto della vita.

Cosa importava, gli piaceva troppo, l’amore avrebbe superato tutto, il desiderio di stare con lei era più forte di ogni ostacolo.

La  mano di Livia esita sulla maniglia della porta della sala di attesa: sa già quello che l’attende. I volti sconosciuti che si trova davanti hanno l’ espressione di sempre: un sorriso strappato sulla bocca, i denti arenati sulla secca delle labbra, nella profondità degli  occhi riflessa, come specchio, l’immagine della propria angoscia.

E a veder che crudel destino ora ne viene

ma che l’ombra ora ci prenda
più mi addolora

il mio cuore mi dice che
non può seguirti ancora

e nemmeno questa angustia sopportar

Paolo pensa che Vinicio si sbaglia, o non è mai stato innamorato. Nascondendo il dolore dietro una maschera per  non esserle di peso, perchè non si preoccupasse anche per lui, soprattutto nei lunghi periodi d’isolamento in ospedale, il suo cuore non ha mollato mai davanti a  nessun ostacolo.

 

Ecco, pensa Livia, i momenti più difficili sono passati. Paolo è sempre meno angosciato. Paolo è ancora con lei.

Non c’è stato modo di farlo desistere, e si che le ha provate di tutte.

Ad essere insofferente, insopportabile, cattiva. A mandarlo a quel paese. Lui si incazzava e contraccambiava, provava a trattarla male ma poi tornava sempre all’Ospedale, a casa, nel loro letto. 

Ogni volta che Livia tornava a casa dall’ Ospedale, non importa quanto debole fosse, facevano l’amore. Non appena rientrati in casa, qualunque ora fosse, riaffermavano così il loro diritto ad amarsi anche quando la paura blocca lo spirito.

 

Che farò lontan da te pena dell’anima

senza vederti, senza averti, né guardarti 

 

Un amore impossibile? No, forse per te pianista mangiaparole.

Le parole comunque le scegli giuste, la musica mi piace un po’ meno, ma forse devo ancora farci l’orecchio. All’ inizio la tua musica era l’unico ostacolo tra me e Livia. Quando arrivavo in casa lei subito spegneva lo stereo, sapeva che mi davi i nervi. Ora, sta a vedere che comincio ad apprezzarti.

 

E’ l’ora della pennichella per Paolo, dondolìo  e musica sono i preliminari per il sonno

 

Vai vai tanto non è  l’amore che va via

Vai vai l’amore resta sveglio
anche se é  tardi e piove

ma vai tu vai rimangono candele e vino e lampi sulla strada del destino.

 

Paolo è decollato.

Corse in ospedale, flebo,  prelievi,  attese,  lacrime… 

e poi abbracci, baci, carezze, mani che scivolano sui corpi, sussurri,sospiri…

e poi di nuovo stanze vuote, silenzi, eco di passi  assenti nella casa, colazioni tristi, cene in piedi… 

e poi  lenzuola pulite, profumo di fresco, tenerezze , orgasmi.

Si sveglia in un lago di sudore, la musica sta finendo…

 

E’ arrivato il turno di Livia, il numero sul display e di una unità più basso di quello che ha in mano. Quando arriva l’ infermiera, distaccata e gentile lei le va incontro e quella le fa cenno di seguirla. 

 

Ma non è l’amore che va via

il tempo sì ci ruba e poi asciuga il cuor.

 

Cosa? Il tempo rubato? Asciuga il cuor? No no, credo di non averla capita questa, ne parlerò con Livia. Tutto questo tempo  di sofferenze, la pazienza necessaria al tempo dell’attesa e del non-ancora ha contribuito a farci conoscere l’entità del nostro amore e la possibilità di continuare a godercelo a piccoli morsi,  piccoli passi nelle semplicità delle piccole cose che ogni giorno offre.

 

Nell’ambulatorio il medico non c’è ancora e l’ infermiera le fa le domande di rito: età, peso, allergie particolari a farmaci.

-Lei è in età fertile-dice infine

-se è incinta l’esame non si può fare, danneggerebbe il feto.-

Ed ecco perché  quell’ infermiera sconosciuta, distaccata e gentile ha avuto la notizia prima di Paolo, suo marito.

Le cose che non si raccontano quasi mai

Collaboration con Cristina Bove

Nella casa del mais il mare d’erba si fonde con il cielo. Due uomini nudi sotto la doccia. Il vecchio non si lava più da solo, l’ultima volta è scivolato, ha paura, orgoglio e pudore impediscono di chiedere aiuto alle figlie, sono io l’unico cui affida le confidenze della sua intimità da quando l’ho stretto tra le braccia, mentre gli annunciavo la morte improvvisa della moglie sei anni fa.

Se non fosse stato per te, gli sarebbe venuto un colpo subito, già allora, fu solo grazie al tuo affetto e al tuo abbraccio amorevole che riuscì a sopravvivere al dolore della mia perdita, e io ti ho benedetto, per tutto quello che ci avevi dato, per tutto il cuore che ci avevi messo a cercare di capirci e di amarci entrambi.

Lo scroscio caldo dell’acqua diffonde vapore nello stanzino, accanto a me la pelle leggermente abbronzata ricopre lassa quel che rimane di muscoli e tendini, le mie mani insaponate scivolano sulla sua anatomia, percorrono il telaio di ossa, è girato di schiena, le mani saldamente ancorate alle manopole cromate. Davanti a i miei occhi l’immagine della sofferenza, un cristo di legno in un corpo di ottant’anni demolito da un male che non perdona. La nudità e inefficienza gli impediscono di parlare.

Che pena vederlo ridotto così, lui così infaticabile, forte come un toro! Ma la sua anima è la stessa, la sento viva e possente come allora.

Mi inginocchio per lavargli gambe e piedi, gli chiedo di voltarsi.

Cosa sono queste macchie scure sull’inguine, e anche qui e qui all’incavo, cosa ti hanno fatto?”.

Deve essere la colla dei cerotti per fissare il catetere.”

Se vuoi le tolgo con la spugna ma dovrei premere un pò e soprattutto tenere tra le mani il…”

L’uccello, chiamalo così anche se da tempo non si alza più in volo.”

Santo cielo, ragazzo, mai avrei pensato che avresti potuto accudirlo così! Ho sempre considerato una fortuna per mia figlia averti conosciuto.

Hahaha…”

Sta sussultando in una risata coinvolgente. Non riesco a trattenermi, come sempre nelle occasioni più imbarazzanti. Mollo tutto, scivolo sul pavimento piastrellato, gambe larghe, schiena appoggiata alla parete. Continuando a ridere si accascia sedendosi davanti a me. Lo accolgo tra le braccia la sua schiena è sul mio petto e la testa sulla mia spalla.

Due uomini nudi sotto la doccia, suocero e genero da trent’anni. Ci abbandoniamo per un pò all’allegria e alla pioggia calda sopra di noi, accanto a me c’è il flacone dello shampoo.

Dai che ti lavo anche i capelli.”

Sciacquo la nuvola di sottilissima lana bianca.

Ne ha ancora tanti di capelli, ricordo quando erano scuri, sempre un poco arruffati, amavo tanto il ciuffo che gli ricadeva sulla fronte!

Non ride più. Nelle lacrime e nella paura scioglie il suo dolore:

Vorrei morire qui adesso, mi piacerebbe andarmene così dopo una sana risata,

non riesco a pensare di dover restare muto a guardare l’angoscia sulle facce delle persone che più amo. Sono in dirittura di arrivo o partenza come la si vuol chiama-re.
 Stiamo ancora un pò qui a parlare, è un sollievo quest’acqua che mi batte sul corpo, mi sento purificare”.



Quanto mi piacerebbe essere al posto tuo, ragazzo, anche così com’è adesso, mi farei abbracciare e lo abbraccerei anch’io, lo amerei come quando era giovane e forte, appassionato e non gli bastava mai!

Mi manca mia moglie, avrei sofferto da impazzire a farmi veder in questo stato! Prima me l’ho sentita accanto, ho avuto un brivido, una  voglia di abbracciarla… Ricordi quel mese d’agosto, quando hai dormito qui e ci hai visti sotto il ciliegio in fondo all’orto fare all’amore alle prime luci dell’alba?”.

E certo che se lo ricorda, noi eravamo imbarazzati più di lui quando ce ne siamo accorti.

Si non l’ho più scordato, è come se fossero sempre davanti a me i vostri corpi in quell’abbraccio, ero scombussolato dalle sensazioni che provavo perché tua moglie ha sempre esercitato su di me una certa attrazione ma il mio amore era ed è tutto per vostra figlia”.Il vecchio sorride.“Usciamo mi sento molto stanco ora.”

Lo aiuto ad alzarsi gli faccio infilare l’accappatoio. Dopo averlo tamponato con l’asciugamani mi chiede di passargli del talco mentolato su tutto il corpo, la malattia al fegato e tutte le medicine che prende gli procurano un forte prurito.

Mi abbraccia.


Te lo dico anche a nome suo, ti voglio bene, per tutto quello che sei stato per noi.”

Bravo, mio caro, abbraccialo forte anche per me, digli quanto l’ho amato e quanto lo amo ancora.

Lo stringo per soffocare la mia commozione.

Non voglio lasciarti andare!”

E l’ora per me, un giorno così è giusto per morire.

Un ultimo favore, scaldami un goccio di latte”.

Il tempo di versare il liquido tiepido nella scodella e arrivare davanti a lui, mi fa cenno con la mano di avvicinarmi mi prende la testa tra le mani mi bacia e sussurra :

“Lasciami andare”.

Una lacrima gli riga il volto, gira la testa verso la credenza dove la moglie sorride da una cornice in argento, chiude gli occhi.